Cini&Nils Passepartout25 e Sferico, mettiamo a confronto due modelli della stessa aziende per capire quale sia il più adatto alle differenti esigenze.
Passepartout25 e Sferico sono entrambi di recente immissione nel mercato rispettivamente 2017 e 2018.

Gli aspetti in comune sono tre: prodotti della stessa azienda (Cini&Nils), disegno della stessa progettista (Luta Bettonica) ed emissione della luce verso l’alto e verso il basso.

I contatti si esauriscono qui, il resto è ben differente a partire dalle relazioni con gli altri articoli della famiglia.

Il modello Passepartout25 è nato all’interno di una famiglia che si allarga sempre di più: terra, parete e sospensione in varie misure e finiture.
Mentre Sferico è la versione singola sospesa su rosone del modello da inserire nei cavi del Minitenso, al momento.

Quale modello considerare?

Entrambi i prodotti a mio avviso meritano il massimo dei voti sia per la scelta dei materiali che per l’effetto luminoso ed è qui che si gioca la differenza tra Cini&Nils Passepartout25 e Sferico.

Come si vede dalle foto qui sopra, o da quelle pubblicate nelle pagine specifiche del prodotto, il primo ha il LED inferiore che direziona la luce in maniera molto precisa grazie alla lente semisferica mentre verso il soffitto i 2 LED puntali proiettano le ombre dei 4 cavi di sospensione.

Lo Sferico ha i 2 LED schermati da un coppetta in policarbonato che li nasconde e diffonde la luce in maniera più morbida e meno netta rispetto al Passepartout.

Le foto scattate verso il tavolo e verso il soffitto mettono in evidenza queste differenze soprascritte quindi per chi preferisce una luce marcata sul tavolo, e sul soffitto meglio il Passepartout.

Se si cerca una luce più diffusa il modello Sferico è più adatto, infatti la luce arriva anche sulle pareti della stanza in maniera omogenea a differenza del Passepartout. Ovviamente se si pensa di fissare il prodotto in un ingresso o un disimpegno la scelta sarebbe per il solo Sferico infatti nella versione su cavo Minitenso nasce proprio per situazioni come queste mentre il Passepartout darebbe una luce fastidiosa per chi cammina sotto.

Ovviamente siamo sempre disponibili ad offrivi in sede un confronto tra questi prodotti ed altri per capire dal vivo la differenza ed effettuare la miglior scelta.

Matteo Vivian

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Nel 2018 vale ancora la pena di investire tempo e soldi in una fiera? A giudicare dai risultati di Light&Building 2018, Frankfurt Messe direi proprio di sì. Ho visitato la Fiera di Francoforte nel giorno dell’apertura domenica 18 marzo percorrendo i padiglioni del lato est nell’ordine 6, 5, Forum, 2, 1 e 3. Non c’era un solo spazio vuoto nell’amplissima superficie della Fiera, notevole l’affluenza dei visitatori e soprattutto aziende con stand nuovi e svariate novità, segnale evidente di buone prospettive per il futuro.

Nell’attuale mercato sempre più spinto dall’informazione web o social non ci si impegna per recarsi nei vari padiglioni per toccare il nuovo prodotto. Non è necessario in quanto via email o con corriere espresso arriva in tempo quasi reale. Bensì ci si impegna per incontrare persone. Si può ben affermare che la Fiera non è più il luogo di scambio dei secoli, o solo anni, passati. La Fiera è piuttosto una Piazza dove si parla, si conosce o si consolida il rapporto con le aziende ma soprattutto con le persone senza le quali nessuna attività esisterebbe.

Infatti in un mercato manifatturiero dove c’è più offerta che domanda la differenza non può essere determinata solo dal prodotto. Sono le persone che lo propongono che la fanno. In caso contrario il mercato online annullerebbe quello tradizionale che invece rappresenta ancora il riferimento delle aziende presenti in questa Fiera. La foto che ho scelto tra quelle da me scattate a Light&Building 2018, Frankfurt Messe rappresentano proprio questa sensazione di rapporto tra persone piuttosto che tra prodotto e persone. Anche perché entrambe, in maniera differente, sono riuscite a personalizzare uno stand esteso che rischia di diventare anonimo. E siccome “due indizi fanno una prova” le stesse hanno ringraziato i collaboratori ed i clienti con un post specifico nei vari social.

Matteo Vivian

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L’affermazione del digitale negli anni recenti con la conseguente smaterializzazione delle informazioni e delle comunicazioni pone lo spunto del titolo: nel 2018 ha ancora senso stampare un catalogo cartaceo?

La mia risposta è sì, senza alcun indugio mettendo però alcuni punti fermi che ho imparato sfogliando centinaia di questi strumenti negli ultimi trent’anni e che conservo ancora con cura.

Ricordo che un buon incontro di lavoro inizia con lo scambio del biglietto da visita, l’unico strumento che il mio insegnante di web marketing stampi ancora dal tipografo, e in genere termina con la consegna del catalogo cartaceo a suggellare l’esposizione dei prodotti. A mio avviso due elementi ancora imprescindibili poiché di facile catalogazione e soprattutto molto personalizzabili e qui inserisco uno dei punti fermi sopra citati. Il catalogo ben strutturato di alcune aziende con un layout consolidato negli anni consente di trovare facilmente prodotti degli anni passati, inoltre il catalogo fa bella mostra nella biblioteca aziendale, a differenza dei file pdf conservati nel database.

Il catalogo in alcuni casi assurge a libro che racconta la storia a puntate dell’azienda, non solo presenta i prodotti, ed ha quell’approccio “slow” col cliente che deve essere presente in quel momento con te e non a distanza interagendo con un link o un file, un libro si sfoglia con calma e non si “scrolla” come un profilo social sullo smartphone o una presentazione sul tablet.

A volta si dimentica il senso del tatto, unito alla vista, che accompagna l’apertura del pacco dei cataloghi consegnato dal corriere e poi una volta tolto dal cellophane si inizia a toccare la copertina nuova che nei mesi successivi porterà i segni dell’usura da utilizzo più o meno intenso, piccoli strappi e post-it (altro strumento cartaceo dalla lunga vita) segnaposto con gli appunti scritti che a distanza di anni faranno riflettere sulle decisioni prese o meno.

Lunga vita alla carta e ai cataloghi.

Matteo Vivian

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